L’ “igienista dentale in ambito pedo-ortodontico”…

questo ruolo mi ha dato un posto in mondo che non mi apparteneva, o quasi!

Ci tuffiamo insieme nel passato?

Era il 2014, frequentavo il secondo anno di Igiene Dentale ed era appena iniziato il tirocinio sui pazienti e, nella stragrande maggioranza dei casi, pazienti affetti da malattia parodontale.

Inizia per me una profonda crisi e, dopo una sfilza di 30 e diversi disagi psico-fisici, torno a casa dai miei genitori per un periodo. Dovevo riflettere. 

Salto le sessioni degli esami, sospendo il tirocinio, mi confronto con professionisti del ramo e non per scegliere la strada più giusta per me – i miei tutor sono stati comprensivi e fondamentali in tutta quella fase.

Decido di portare a termine il percorso universitario, recupero tutto ciò che avevo perso, facendomi forza e cercando di amare una professione molto tecnica, manuale e, talvolta, dallo stomaco forte!

Arriva il 18 ottobre del 2015 e il presidente del corso di laurea mi proclama Dottoressa in Igiene Dentale con il massimo dei voti, annessa la lode. 

Mi prendo i complimenti per la tesi sperimentale – proprio sulla parodontite – e per l’ esposizione; mi godo l’emozione della mia famiglia che ha patito con me tutta le difficoltà che ho superato.

La mia autostima sale, il cuore a mille, le lacrime in gola.

Purtroppo la testa sempre sul solito pensiero: tanto di questa laurea me ne faccio poco e niente.

L’igienista dentale non la farò mai.

Ciò che più mi tormentava era: cosa farò da grande?

Dopo un mese dal quel bellissimo giorno, una chiamata.

Una collega aveva fatto il mio nome per una collaborazione con uno studio particolare, uno studio pedo-ortodontico, uno studio specializzato nella crescita in salute dei più piccini.

L’illuminazione. I bambini, i miei amici bambini. 

Ho conosciuto il loro mondo fantasioso e leggero con la crescita delle mie cugine, approfondendolo quando ho deciso di lavorare come animatrice di mini-club. Io vorrei ancora vivere come loro.

Non potevo pensare che quella chiamata e quel colloquio – per me andato male – sarebbero stati la giusta chiave di lettura per iniziare il mio percorso lavorativo da igienista dentale.

Così, il mio cervello si calma. Abbandono gradualmente – non serenamente perchè non mi sentivo una pofessionista completa – l’idea delle curettes, della malattia parodontale, della tecnica e mi concentro su questo ambito. 

Un ambito speciale che tutt’ora mi appassiona, mi gratifica e mi fa sorridere.

L’ approccio con i più piccoli e l’ odontofobia

L’ odontofobia è rientrata nel 1996 come fobia specifica nell’ International Classification of Disease (OMS). È una malattia e noi operatori del settore dentale dobbiamo essere formati e pronti ad accogliere anche il paziente più pauroso, ansioso e fobico.

Siamo sicuri che le parole ansia dentale, paura dentale e odontofobia abbiano lo stesso significato? Spesso ci capita di confondere questi termini! Approfondiamoli.

Paura: stato emotivo consistente in un senso di insicurezza, di smarrimento e di ansia di fronte a un pericolo reale o immaginario o dinanzi a cosa o a fatto che sia o si creda dannoso (Treccani)

Ansia: stato di agitazione, di forte apprensione, dovuto a timore, incertezza, attesa di qualcosa (Treccani)

Odontofobia: tipo severo di ansia dentale che risulta in evasione o resistenza all’esperienza odontoiatrica con notevole disagio.

Da alcuni studi è emerso che circa il 15-20 % della popolazione è odontofobica (OMS) e che  di ansia dentale ne soffre circia la metà dei bambini.

La fascia più colpita sono i più piccoli  dai 4 ai 6 anni, mentre dai 7 anni inizia la diminuzione dei casi di ansia moderata. Il tutto non è strettamente correlato all’ età anagrafica ma è in relazione allo sviluppo psicologico.

È stato visto inoltre che i disagi aumentano in presenza di problematiche dentali come traumi, carie profonde. Situazioni che di per sè provocano dolore.

Dopo diversi stud condottii, fu Rachman a proporre tre differenti meccanismi di acquisizione di questo disagio:  

  • l’esposizione a informazioni minacciose
  • l’apprendimento vicario 
  • l’esperienza diretta.

Inoltre, da altre ricerche è emersa una riduzione dell’ansia dentale nel tempo in corrispondenza a una maggiore frequenza delle visite odontoiatriche asintomatiche.

Il nostro approccio varia in base all’ età anagrafica, allo sviluppo cognitivo del bambino, al a famiglia e al rapporto con la famiglia.

Il primo approccio tra operatore e bambino è innanzitutto l’incontro tra due persone.

Ognuno di noi, grandi e piccini, da un incontro ha aspettative, fantasie e anticipazioni. 

Fondamentale è saper suscitare interesse, simpatia, fiducia ed entrare in sintonia ed empatia. L’adulto operatore ha il compito di essere il capitano di un gioco trovando così la collaborazione senza mai perdere l’ autorevolezza del ruolo che abbiamo. Siamo dottori!

Non dimentichiamoci che, quando si lavora con i bambini, non tutto dipende da noi o da loro;

la famiglia svolge un ruolo di fondamentale importanza ed è necessario che diventi un’ alleata del professionista non andando mai contro i piccoli.

La famiglia deve essere complice ribadendo i consigli e le parole dell’operatore – questa è una delle fasi più difficili per un buon approccio! 

Vediamo come cambia il rapporto in base all’ età anagrafica e cognitiva

  • Il bambino di 2 o 3 anni dipende dal genitore. E’ richiesta la presenza del genitore in ambulatorio che potà tenerlo in braccio se opportuno e richiesto. Normalmente c’è diffidenza anche fisica nei confronti dell’operatore che, pian piano, partendo prima da sguardi e dolci sorrisi, inizierà ad approcciarsi fisicamente partendo dalle zone più lontane dalla bocca (piedi, mani). Se il bimbo apprezza, possiamo introddure uno specchio per contare gli elementi dentali!
  • Il bambino dai 4 ai 5 anni è più abituato al contatto con gli adulti (basti pensare alle maestre). Ha molta curiosità e vive la vita come se fosse un fantastico gioco. Spesso soffisfatto della sua indipendenza, l’assenza del genitore durante le terapie può essere molto gratificante per il bambino. Occore fantasia, pazienza e sequenzialità nei movimenti.
  • Il bambino dai 6 ai 9 anni è abituato alla scuola, un ambiente fatto di regole, compiti e disciplina – ancor di più se pratica uno sport. Vuole sapere, ha tante domande perchè gli insegnano ad essere curioso; per cui, libero spazio ai suoi dubbi oppure ai suoi silenzi (in tanti, in questa fascia d’età, si mostrano timidi, impacciati e inizialmente preferiscono non interagire). 

A mio avviso, la fascia di età che va dai 10 ai 12 anni è la più complicata. Ritroviamo bambini che stanno ancora maturando i cui comportano riportano alla fascia precendete. E poi ci sono quelli già grandi, quelli che si stanno affacciando al mondo dell’adolescenza.

Qui, la nostra comunicazione DEVE compiere un salto di qualità adeguandosi al livello di maturazione raggiunto. Sostanzialmente, c’è il bambino che ancora ha bisogno della mano tesa di mamma e papà e c’è quello già indipente, quasi ribelle. 

Ho pochi consigli da donarvi, è una fase complicata. Sicuramente ci può aiutare aver accompagnato tutta la crescita di quel bambino quasi ragazzo cosicchè il rapporto di collaborazione sia già ben saldo. 

Arriviamo alla vera adolescenza e questa è un’altra storia.

Potrei ancora parlarvi di tanto. Delle tecniche cognitive ad esempio, necessarie per gestire il comportamento dei più piccoli. Vediamo se, più in là, avrò l’occasione di scrivervi ancora.

I bambini rappresentano per me la leggerezza d’animo che io per prima vorrei avere in ogni evento che la vita ci pone davanti, positivo o negativo.

I bambini sono fonte dei miei sorrisi più sinceri.

Ricercate sempre la vostra di fonte, quella che la mattina vi dà la carica per affontare il trambusto quotidiano. 

Dott.ssa Adriana Elefante – Igienista Dentale

Bibliografia

1. Blinkhorn AS, Kay EJ, Atkinson JM, Millar K. Advice for the dental team on coping with the nervous child. Dent Update 1990;17(10):415-9.

2. Folayan MO, Idehen EE, Ojo OO. The modulating effect of culture on the expression of dental anxiety in children: a literature review. International Journal of Paediatric Dentistry 2004;14:241-45.

3. Porritt J, Marshman Z, Rodd HD. Understanding children’s dental anxiety and psychological approaches to its reduction. Int J Paed Dent 2012;22(6):397-405.

4. Rachman S. Psychological treatment of anxiety: the evolution of behavior theraphy and cognitive behavior therapy. Ann Rev Clin Psychol 2009;5:97- 119.

5. Carrillo-Diaz M, Crego A, Armfield JM, Romero-Maroto M. Treatment experience, frequency of dental visits, and children’s dental fear: a cognitive approach. Eur J Oral Sci 2012;120:75-81.